Quest’album aprirà, inevitabilmente, un varco. Una fenditura nel tempo attraverso la quale filtreranno profumi dimenticati, colori sbiaditi solo in apparenza, visioni che sembrano appartenere a un’altra epoca, ma che, in realtà, continuano a vivere sotto la superficie del nostro presente. Forse questi suoni evocheranno ricordi personali, frammenti di gioventù custoditi da chi ha attraversato davvero gli anni Settanta. Oppure, se la vostra età anagrafica vi impedisce di possederne di autentici, lasceranno spazio all’immaginazione, alla capacità di costruire una memoria indiretta, una nostalgia per qualcosa che non si è mai vissuto, ma che, in qualche modo, si sente familiare. Eppure, sarebbe riduttivo leggere “Atabasca” come un semplice esercizio nostalgico.
Gli anni Settanta evocati da questo disco non coincidono, necessariamente, con quelli reali. Sono piuttosto una loro ricostruzione sentimentale, una reinterpretazione contemporanea, una dimensione parallela nella quale il passato diventa uno strumento per interrogare il presente. Un luogo mentale in cui il nostro tempo viene liberato dai suoi aspetti più ossessivi, contraddittori, crudeli e disumani per essere ricomposto secondo coordinate diverse: più lente, più umane, più analogiche. In questo senso, il passato diventa una chiave di lettura del presente. Non perché si debba tornare per forza di cose indietro, ma perché alcune intuizioni di quell’epoca sembrano oggi più necessarie che mai. L’idea che il tempo non sia una risorsa da consumare, ma uno spazio da abitare. La convinzione che l’esperienza diretta abbia ancora un valore superiore alla sua rappresentazione digitale. La possibilità di coltivare il dubbio, l’osservazione, la contemplazione e perfino la noia come strumenti di conoscenza.
“Atabasca” sembra voler sciogliere proprio questi nodi. Lo fa attraverso un linguaggio musicale che affonda le radici nel funk, nelle sonorità afro, nelle suggestioni cinematografiche e nelle derive lisergiche del progressive rock. Tastiere, percussioni e chitarre non diventano soltanto elementi di un’estetica vintage, ma strumenti capaci di costruire una colonna sonora per il presente. Una colonna sonora che non si rifugia nella memoria, ma che utilizza la memoria per immaginare alternative migliori. L’album assume così la forma di un disco-portale magico. Una successione incalzante di trame funk e progressive che sembrano spalancare le pareti dello spazio in cui respiriamo. Ogni brano allarga il campo visivo, sottraendoci alla tirannia dell’immediato e restituendoci il piacere delle cose che richiedono tempo. Un tramonto incendiato dai colori del deserto. Un’alba improvvisamente limpida. Le pagine di un libro che scorrono lente tra le dita. Una conversazione senza notifiche che interrompono il flusso dei pensieri e delle parole. È qui che il disco rivela la sua dimensione più politica, pur senza bisogno di slogan urlati. Perché il contrasto tra questo universo sonoro e il mondo che ci circonda diventa netto ed evidente. Viviamo immersi in un flusso continuo di notizie, di informazioni, di opinioni e di menzogne distribuite alla velocità di un clic. Social network, televisioni, piattaforme digitali e algoritmi ci consegnano, continuamente, versioni preconfezionate della realtà, spesso senza concederci il tempo necessario per fare domande, approfondire, dubitare, conoscere, comprendere davvero.
L’obiettivo implicito di questo meccanismo è disperdere energia, frammentare l’attenzione, raffreddare il calore umano. Rendere gli individui più prevedibili, più docili, più facilmente manipolabili. Ridurre al minimo ogni spazio aperto, fluido, eterogeneo e policromatico. Trasformare la complessità in semplificazione e il dubbio in fastidioso rumore di fondo. Di fronte a questa prospettiva, “Atabasca” sceglie un’altra strada. Recupera l’idea che la realtà possa ancora essere esplorata anziché semplicemente consumata. Che il tempo possa essere dilatato invece che compresso. Che la musica possa ancora rappresentare un territorio di libertà, uno spazio nel quale immaginare possibilità differenti rispetto a un futuro monodirezionale, univoco, grigio e controllato da centri decisionali lontani e invisibili. Per questo motivo gli anni Settanta evocati dal disco non sono un rifugio. Sono uno specchio. Riflettono le mancanze del presente e, allo stesso tempo, suggeriscono percorsi differenti. Ci ricordano che esistono ancora luoghi, reali o interiori, nei quali il pensiero può rallentare, il dubbio può fiorire e l’essere umano può sottrarsi, almeno per la durata di un disco, alla sensazione che ogni finale sia già stato scritto da qualcun altro.






















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