mercoledì, Luglio 22, 2026
Il Parco Paranoico

La space disco che anticipò il futuro

Mik Brigante Sanseverino Giugno 10, 2026 Playlist Nessun commento su La space disco che anticipò il futuro

Negli anni Settanta il futuro aveva un suono.

Era fatto di sintetizzatori dal cuore umano, di batterie elettroniche primordiali e incalzanti, di bassi pulsanti e di voci che sembravano arrivare da una navicella spaziale dispersa nei meandri del cosmo. Mentre al cinema dominavano pellicole come “Star Wars” e “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, nelle nostre televisioni arrivavano i robot giganti giapponesi e nelle discoteche prendeva forma un genere capace di trasformare la fantascienza in musica da ballo.

La space disco.

Tra i suoi protagonisti più affascinanti vi furono i Ganymed, una band austriaca che, nel 1978, pubblicò “It Takes Me Higher”, brano destinato a diventare celebre in Italia come sigla del cartone animato “Gaiking”, il drago spaziale. Una canzone che rappresentava, perfettamente, l’incontro tra due immaginari apparentemente lontani: la disco europea e gli universi meccatronici dell’animazione giapponese. L’Italia fu, probabilmente, il paese occidentale dove il matrimonio tra space disco e fantascienza giapponese riuscì meglio. In quegli anni di dischi ispirati a extraterrestri e viaggi cosmici, sugli schermi italiani arrivavano cartoni animati leggendari come “UFO Robot Goldrake”, “Il Grande Mazinga” o “Mazinga Z”.

I sintetizzatori della space disco sembravano la colonna sonora naturale di quei mondi popolati da astronavi, basi lunari e guerrieri meccanici. Le linee melodiche spaziali evocavano la stessa meraviglia tecnologica raccontata dai cartoni di Go Nagai: una fiducia quasi ingenua nella tecnologia e nell’esplorazione dell’ignoto. Artisti vestiti da veri e propri extraterrestri e ispirati ai pianeti e ai satelliti della nostra galassia, costruirono un immaginario che univa glam rock, elettronica, rock psichedelico e fantascienza. Canzoni come “Magic Fly” degli Space, “Are Friends Electric?” di Gary Numan o “Oxygen” di Jean-Michel Jarre sembravano provenire da una remota stazione orbitante, più che da una sala di registrazione.

L’elemento più interessante era, ovviamente, l’uso dei sintetizzatori. Dietro l’apparenza leggera della disco-music si nascondevano strutture elettroniche che anticipavano il movimento synth-pop degli anni Ottanta e, persino, alcune sonorità che sarebbero state riscoperte, decenni dopo, dalla synthwave. È impossibile parlare di space disco senza citare Giorgio Moroder. Con brani come “Chase”, Moroder trasformò il sintetizzatore in un motore ritmico continuo, creando un ponte tra disco e musica elettronica. Accanto a lui si mossero artisti come Tangerine Dream, Space e Meco, autore della celebre versione disco di Star Wars.

La space disco era una sorta di fantascienza sonora: meno interessata alla complessità narrativa e più alla sensazione di trovarsi in viaggio verso un’altra galassia. Sebbene venga ricordata soprattutto come musica da discoteca, la space disco aveva radici profonde nella psichedelia. Le lunghe sequenze sintetiche, gli effetti di eco, le voci trattate elettronicamente e le atmosfere cosmiche derivavano direttamente dalla cultura psichedelica degli anni Sessanta e dai gruppi del cosiddetto krautrock. In quelle trame ripetitive e ipnotiche si possono persino intravedere i semi di ciò che, una decina d’anni più tardi, sarebbe diventato l’acid house. Cambiava il contesto, ma rimaneva la stessa ricerca della trance attraverso macchine e ripetizione.

La space disco rappresentò, forse, l’ultimo momento storico in cui il futuro apparve luminoso, avventuroso e collettivo. Le astronavi di queste band sperimentali, i robot di Go Nagai e i sintetizzatori di Giorgio Moroder raccontavano tutti la stessa storia: la convinzione che la tecnologia avrebbe aperto nuovi mondi, invece di chiuderci dentro schermi sempre più piccoli. Riascoltare oggi questi brani significa tornare in un’epoca in cui le galassie erano ancora una promessa, i robot erano eroi e una pista da ballo poteva sembrare il ponte di comando di un’astronave diretta verso l’infinito. E, in fondo, tutta la space disco nasce esattamente da qui: dal sogno di un uomo che guarda le stelle e immagina come raccontare il futuro attraverso la musica, ecco il perché una canzone che potrebbe apparire fuori contesto, come “Space Oddity” di David Bowie, che narra le vicende fantasiose di Major Tom, è stata inserita nella nostra playlist.

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About The Author

Michele Sanseverino è poeta, scrittore e ingegnere elettronico. Creatore della webzine di approfondimento musicale Paranoid Park (www.paranoidpark.it) e collaboratore della webzine IndieForBunnies (www.indieforbunnies.com), intreccia analisi critica e sensibilità letteraria in uno sguardo che attraversa musica, poesia e cultura contemporanea. Nel 2025 ha pubblicato la raccolta di poesie "Poesie senza parole: cartografie di un lato nascosto", opera che esplora le zone d’ombra e le risonanze interiori del vivere. Nel 2026 è la volta di "Il covo dei giorni dispari: poesie dal margine dei poeti estinti", per chi non si risonosce nei giorni uguali agli altri. Nel 2025 ha pubblicato l'antologia "Cronache Dal Parco Paranoico: Canzoni, Visioni e Futuri Mai Nati", articoli tratti dalla webzine Paranoid Park che ripercorrono il nostro cammino dalla fine della pandemia ad oggi. Inoltre: "Ultravioletto: riedizione fluida" e "Frammenti di tempesta: riedizione fluida"

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