Gli Slowdive sono l’essenza preziosa dell’atmosfera perfetta. Da oltre trent’anni la loro musica possiede la rara capacità di sospendere il rumore del mondo, di costruire rifugi invisibili nei quali soffermarsi quando la realtà diventa troppo aspra, troppo veloce, troppo pesante. Anche sul palco del Primavera Sound di
Porto, la band britannica riesce a compiere questo piccolo miracolo: creare uno spazio altro, una dimensione evocativa che sembra esistere al di fuori del tempo e delle sue leggi fisiche.
Le loro canzoni, che provengano dall’ultima fase creativa del gruppo o direttamente dagli anni Novanta che ne hanno consacrato il mito, si dispiegano, davanti ai nostri occhi, come un lungo viaggio immerso in riverberi onirici, melodie distorte e armonie liquide. Ogni nota sembra galleggiare nell’aria, ogni accordo si trasforma in un’onda che attraversa il pubblico, ogni eco è un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che continuiamo a essere.
Il passato e il presente si intrecciano senza soluzione di continuità, ricordandoci che il tempo, in fondo, è soltanto una coordinata della nostra esistenza.
La vita autentica, quella fatta di emozioni, desideri, ferite e slanci, vive, infatti, ben oltre questa arbitraria unità di misura. Lo si percepisce mentre il muro sonoro shoegaze degli Slowdive cresce e si espande, avvolgendo ogni cosa in una luce soffusa fatta di delay, fuzz e malinconie luminose. In quel preciso momento, le nostre giornate, le preoccupazioni e le ossessioni sembrano perdere ogni consistenza materiale; le angosce si alleggeriscono, le frustrazioni si dissolvono, le colpevoli depressioni che, spesso, ci trasciniamo addosso smettono, almeno per un istante, di esercitare il loro peso.
La musica degli Slowdive suggerisce una possibilità semplice, ma rivoluzionaria: possiamo scegliere noi stessi. Possiamo decidere di non restare incatenati a
persone tossiche e funeste, a chi ha smesso di sognare e di guardare lontano, a chi non riesce a fare pace con le proprie ombre e finisce per proiettarle sul cammino degli altri. Esistono individui che offrono la propria disperazione come un destino inevitabile, che trasformano il proprio dolore in una gabbia da condividere, che pretendono di convincerci che non esista alcuna alternativa. Ma non è così. Liberarsene è un atto necessario. È ciò che ogni grande musica ci invita a fare. È ciò che gli Slowdive, con la delicatezza delle loro melodie e la forza sotterranea delle loro atmosfere, sembrano suggerire a ogni concerto.
Ed è forse questo il messaggio più autentico e significativo che un festival come il Primavera Sound continua a trasmettere: la possibilità di immaginare un orizzonte diverso, di sottrarsi alla gravità della negatività, di scegliere la bellezza invece del risentimento, la speranza invece della resa. Perché continuare a vivere esclusivamente attraverso la lente della frustrazione e del pessimismo significa rinunciare al proprio futuro. Significa lasciare che il tempo diventi l’unico riferimento della nostra esistenza, dimenticando che la vita accade altrove: nei sogni che custodiamo, nelle persone che scegliamo di amare, nelle emozioni che decidiamo di proteggere e, talvolta, anche in una sera d’estate a Porto, mentre gli Slowdive trasformano un palco in un luogo sospeso tra memoria e possibilità.






















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